Conti

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Giocavo a “Uno” con mio figlio appena seienne. Mentre do le carte mi distraggo e gli chiedo di dirmi quante carte ha. Lui inizia a contare prendendo le carte dalla cima del mazzo che tiene in mano e le inserisce con cura sotto.

Io chiaramente mi libro in un volo fantastico e immagino il nostro prossimo scambio di battute:

– “allora, quante sono?”

– “…” alza lo sguardo, sul viso un’aria tra lo sconcertato e il colpevole, “47 … per ora”

Non è andata così, ha riconosciuto la prima carta tornata in cima, peccato.

Hotel vippish

Il core business di questa discutibile iniziativa imprenditoriale è quella di fornire a chiunque possa permetterselo l’emozione di abitare le stesse mura del proprio vip preferito , viverne gli stessi spazi e godere degli stessi profumi. Ma qui viene il bello, la caratteristica che rende questo tipo di Hotel unico è che la camera frequentata dal VIP è affittata al cliente senza essere prima rassettata. Avete capito bene, nessun cambio di lenzuola, niente aspirapolvere o pulizia bagno.

Chiamatelo la nuova frontiera del voyerismo o blasfema e patologica idolatria, ma la risposta del pubblico alla sola notizia della prossima apertura pare sia molto positiva.

L’idea è considerata talmente vincente che verranno aperti in contemporanea 3 Hotel, New York, Los Angeles e Parigi.

Ma perché il VIP dovrebbe scegliere questi hotel? Basterà il fatto che si tratta di camere a 7 stelle? Che per loro saranno completamente gratuite? Che la direzione garantirà con puntuale e accurata supervisione che nessun campione di DNA potrà essere portato fuori dall’albergo? La direzione assicura di si, forte anche delle risposte positive di alcuni VIP di grosso calibro molto noti al pubblico internazionale sia in ambito sportivo che in ambito musicale o cinematografico.

I prezzi per chi vorrà immergersi, letteralmente, nel mondo del proprio idolo non sono ancora noti, ma aspettiamoci cifre ben lontane dai 4 stelle nostrani.

Non sono riuscito a trovare conferme sulla veridicità della notizia, quindi non escludo che sia solo frutto della mia fantasia.

Io c’ero a Murrayfield


Io c’ero e le abbiamo prese di brutto, ma era il 2008. Oggi no, oggi abbiamo giocato un rugby bellissimo, oggi eravamo noi BraveHeart e loro un pugno d’Inglesi, prima spocchiosi e poi impauriti.

Una punizione e una meta loro nei primi minuti, ma noi teniamo botta, lottiamo e guadagniamo confidenza e qualche punto, lasciandone parecchi fuori dai pali.

Gli avanti danno il ritmo alla partita, non sbagliano niente, sempre in avanzamento passano su tutto, letteralmente. Emblematico l’arbitro che interrompe il gioco dopo una ripresa da mischia ordinata e chiede ai capitani “Di chi è questo?” mostrando quello che sembra essere un malleolo.

Li costringiamo a difendersi e a sbagliare, guadagniamo una punizione e l’occasione di sbagliare un altro calcio piazzato: palo. Ma c’è un tizio azzurro che raccoglie in aria il rimbalzo dell’ovale e schiantandosi sulle protezioni del palo schiaccia la palla a terra proprio in corrispondenza dell’agognata riga bianca: meta! Ok, meta di culo, ma vale uguale.

Finiamo il primo tempo 16 a 15, sotto di uno, ma sazi della paura che gli abbiamo messo dentro.

Il secondo tempo li vede mettere dentro una punizione, costringerci in difesa per qualche minuto e nient’altro. Noi dominiamo in mischia, placcaggi più precisi di un piastrellista, touche puntuali, ruck pulite, ma sopratutto moul come trattori. In diretta viene data la notizia che la Caterpillar sarà il prossimo sponsor dell’Italia per sempre.

Inquadrano gli spalti e stupisce la presenza di bottiglie di birra ovunque, bottiglie di vetro, questo è rugby.

Italiani e scozzesi gli uni a fianco agli altri a fare il tifo, a incazzarsi e a salutare quando la telecamera li inquadra, questo è rugby.

Una bandiera italiana con su scritto “Braveheart is my favourite movie”, questo decisamente non è calcio.

Intanto gli avanti italiani macinano metri in mischia fino a costringere alla resa un pilone scozzese, lo sguardo perso sulle sopracciglia del medico che cerca di spiegargli che si trova nel mezzo di una partita di rugby e che quello che gli è passato sopra era un tallonatore italiano incazzato, non una mandria di Bisonti canadesi. Viene sostituito da 2 minuti di barba seguiti da un pilone nuovo di zecca, sembra il nano del signore degli anelli, ma molto più grosso e con l’aria di non avere alcun bisogno di un’ascia bipenne. Il labbiale del nostro tallonatore non lascia dubbi su come andranno le prossime mischie: “carne fresca”.

Esce anche il fenomeno scozzese, il capitano piccoletto ma fortissimo, ma ha paura e si vede.

Si gioca solo sulle loro 22, mischia su mischia li facciamo indietreggiare, molto, tanto da meritarci la meta tecnica, ma non ce la danno. Anzi, ci rispediscono indietro con un vantaggio guadagnato chissà come. Ma c’è profumo d’impresa nell’aria.

Mancano una manciata di minuti e ritorniamo subito sulle loro 22 con una touche che diventa magistralmente una moul che non fermi più, avanziamo passando sul cadavere della resistenza scozzese e finiamo lì dove la meta tecnica ce la devi proprio dare.

Siamo 19-20 c’è solo il tempo per la trasformazione, che ora entra, quando manco serve. Finisce 19 a 22.

Il pilone scozzese intervistato a fine partita strappa il microfono al giornalista e, scostandosi la maschera da catwoman, cerca di infilarselo in una narice urlando che l’ultimo canestro non è valido e che al tiebreak vinceranno loro. Se ne va eseguendo un perfetto doppio axel.

Brigata Sassari

Dopo una rissa furiosa che vedeva un pugno di sardi ribellarsi alle angherie di un reggimento di commilitoni continentali un generale prese la decisione di formare un’intera brigata composta di isolani agguerriti. Da lì pare nasca la storia della Brigata Sassari, delle grandi imprese che ha portato a casa e dell’enorme numero di giovani che ha lasciato sul campo.

La Brigata è nota anche col termine sardo “Dimonios” (Diavoli) ripreso anche nell’inno della Brigata stessa. Una leggenda vuole che il termine sia stato coniato dagli austriaci terrorizzati dai suoni che sentivano arrivare di notte dalle trincee sarde della prima linea, erano i soldati che passavano il tempo con i
“cantos a tenore”. I suoni gutturali che imitano i versi di animali tipici di questo canto spaventavano gli avversari alimentando superstizioni sulla ferocia della Brigata e su come essa dovesse essere costituita da entità soprannaturali.

La storia della Brigata Sassari è patrimonio della Sardegna, l’inno viene insegnato nelle scuole e urlato da giovani fieri del valore dimostrato dai nostri nonni e bisnonni nelle trincee del ’15-’18.

Io non sono immune a tutto questo, quando sento l’inno o leggo di testimonianze dal fronte mi commuovo nel profondo, ma alla fine si tratta sempre di cose di guerra, di cose sporche e di morte.

Perché dopo che leggi “Un anno sull’altipiano” è impossibile non provare orrore per tutte le guerre passate e future. E c’è un passo in quel capolavoro che racconta la brutta verità sulla prima linea, era sempre costretta tra due fuochi, davanti gli avversari e dietro i carabinieri che sparavano su chi indietreggiava.

E allora sono ancora più orgoglioso di essere sardo come quei poveri ragazzi che furono costretti ad essere valorosi.

American sniper, ovvero come realizzare un brutto film in luogo di un capolavoro


Nonno Clint ha perso l’occasione di raccontare la storia dal punto di vista degli iracheni,  personaggi cinematograficamente molto più forti del palestrato e super addestrato Chris Kyle.

Durante la visione del film non riuscivo a scacciare l’impressione che stessimo assistendo al racconto di una vicenda marginale, all’esposizione di un liceale andato fuori tema. Mi dicevo, ma insomma perché non mi parli di chi sul tetto col fucile ci sale per combattere l’invasore, per liberare la propria terra col cuore gonfio di paura per se, ma sopratutto per la propria famiglia che magari in quel momento viene massacrata.

Penso a quest’uomo che spara per difendere la propria terra occupata dagli usurpatori, senza la consolazione di una retribuzione stellare. Questo punto ad esempio non è stato toccato per niente, eppure è la motivazione principe che spinge i militari americani ad arruolarsi, non raccontiamocela con la storia del patriottismo.

E poi c’è un dettaglio che a pensarci mi riempie d’angoscia: il guerrigliero immerso nella battaglia non può consolarsi pensando al giorno del congedo e al ritorno alla pace, la pace banale, quella senza bombe che ti svegliano (o ti addormentano per sempre) nel cuore della notte, quella di una passeggiata tranquilla in centro senza cecchini che ti fanno saltare la testa, quella di “Babbo oggi è giorno di scuola?”.

Clint Eastwood ha fatto grandi cose, Gran Torino e Million Dollar Baby sono film splendidi, eppure neanche lui è riuscito a fare quel passo in più. Difficilissimo in questa america bigotta, ipocrita e ottusa, ma se il coraggio non arriva neanche da persone che hanno avuto tutto dalla vita, da chi deve arrivare?

American Sniper è un film mediocre perché si dimentica che il guerrigliero iracheno non ha un posto tranquillo a cui tornare.

Gretica

Se ti presto 10€ e me ne puoi restituire solo 4 perché c’hai da sfamare tuo figlio, io i 6 te li abbuono eccome (ma questa è fantapolitica).

Se mi presti 10€ e te ne restituisco 6 perché prima viene mio figlio e ti ho già versato un mare d’interessi e questi soldi mi servono anche per rimettere a posto la mia economia domestica che altrimenti rimarrebbe sempre depressa e schiacciata dagli interessi sul debito, questa è una nuova buona politica.

Che poi siamo tutti una grande nazione no? L’Europa! Se stanno bene tutti i partecipanti sta bene anche lei, giusto? Cosa è meglio: un paese depresso (che ricordiamolo vuol dire anche bambini affamati e infreddoliti) però in regola coi pagamenti, o un paese moroso ma che rinasce?
Ora più che mai sono convinto che è tempo di fare scelte sulle persone e non più sulle finanze.

Cronache dal penultimo giorno di malattia

Avrei potuto impiegare questi giorni inebetendomi davanti a qualche serie trasmessa gentilmente su internet, ma ho fatto altro, tra cui studiare. Ho imparato in ordine sparso:

– Neuroscenziati hanno fatto riacquistare la vista a un paziente collegando un chip da videocamera alla lingua. Vista abbastanza buona da fargli guidare una macchina in un percorso costruito con coni spartitraffico!

– La capacità di apprendimento del nostro cervello è influenzata dalla nostra convinzione di poter acquisire nuove nozioni o abilità, insomma se crediamo di poterlo fare ci riusciamo e viceversa. Il limite massimo di acquisizione pare non esista

– Jennifer Aniston si deve essere rifatta le tette (ok ok, ho rivisto un vecchio episodio di Friends, forse due)

– Certe volte non riusciamo a mettere in parole quanto abbiamo sognato perché sogniamo con l’emisfero destro (D), ma parliamo col sinistro (S). Dato che i due emisferi condividono lo stesso accesso alla memoria che non può essere simultaneo, quando cerchiamo di parlare del sogno (con S) abbiamo bisogno di elaborazione che solo D ci può dare, ma D non può fornirla perché l’accesso alla memoria è occupato da S. E così arriva la sensazione di esserci dimenticati il sogno

– Il prossimo Presidente della Repubblica purtroppo non sarà Magalli

– Installare Yosemite su un HD esterno (SSD) sta impiegando tutto il giorno. La prossima volta magari mi procuro un cassetto esterno USB 3 . (In questo momento la fottuta installazione millanta “solo” 1 ora e 39 minuti di attesa alla fine)

– La STEVIA rende il caffè imbevibile

– In un brick di succo biologico alla pera Conad da 200 ml sono presenti 30gr si zucchero, più o meno quanto riesco a contenerne nel palmo della mano. E io lo do a mio figlio …

– Il mio collega è stato operato al tendine d’Achille, alla mia domanda “sei sdraiato? puoi contarti i piedi? devono essere due” ha risposto “Si riesco, ho un piede e un comodino. Dicono sia il normale decorso postoperatorio”
– Avendo molto tempo si scrivono molti post